Reinhold Messner - L’assassinio dell’impossibile

Area di discussione su argomenti di montagna in generale.

Reinhold Messner - L’assassinio dell’impossibile

Messaggioda Abel Wakaam » mar mag 15, 2018 9:24 am

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L’assassinio dell’impossibile
di Reinhold Messner

Che cosa ho, personalmente, contro le «direttissime»? Ma proprio nulla; anzi. La «via della goccia cadente» è una cosa quanto mai logica, e del resto è sempre esistita; purché, però, la montagna la ammetta. Ma a volte la fessura continua più a sinistra o più a destra; e allora è dato di vedere gli scalatori — quelli della prima ascensione, intendo — procedere diritti come se nulla fosse: piantando, ovviamente, chiodi a espansione. Ma perché passare proprio di là, e in quel modo? «Per la libertà», dichiarano; e non s’accorgono di essere schiavi del filo a piombo.

Si ha orrore delle deviazioni. «Davanti alle difficoltà, la logica non comanda di aggirarle, ma di vincerle» — dichiara Paul Claudel. E’ quel che dicono pure i protagonisti delle direttissime, i quali sanno già in partenza che l’armamentario di cui sono forniti consentirà loro di superare qualunque ostacolo. Essi parlano dunque di problemi che non esistono più. Potrebbe la montagna arrestarli con difficoltà inattese? Sorridono: quei tempi sono passati da un pezzo! (Il che, purtroppo, risponde a verità.) L’impossibile in montagna è stato eliminato, ucciso dalle direttissime.

Le direttissime non sarebbero di per sé un gran male, se lo spirito che le informa non si fosse propagato a tutto l’arrampicamento. Ecco qui uno scalatore in parete. Mette i piedi nelle staffe: tutt’intorno, nient’altro che roccia gialla strapiombante. Sta facendo un foro sopra l’ultimo chiodo; è già stanco, ma non rinuncia: ha ancora cinque giorni di ferie! Chiodo su chiodo, egli avanza caparbio: vuole imporre alla parete la sua via, e null’altro.

Il chiodo a espansione è divenuto una cosa ovvia: lo si tiene sempre a portata di mano, per l’eventualità che non si riesca a passare con i mezzi ordinari. L’arrampicatore di oggi non vuole precludersi la via della ritirata, e si porta appresso il coraggio nel sacco, in forma di ferramenta. Le pareti non vengono più vinte in arrampicata, bensì umiliate con un lavoro manuale e metodico, una lunghezza di corda dopo l’altra, e quel che non si fa oggi si farà domani. Le vie di arrampicata libera sono pericolose, perciò ci si cautela piantando chiodi. La volontà non fa più assegnamento sulla capacità, ma sugli attrezzi e sul lungo tempo disponibile. Non è più il coraggio, bensì la tecnica il fattore decisivo; l’ascensione può durare giorni e giorni, i chiodi si contano a centinaia. Il ripiegare diventa disonorevole, poiché ormai tutti sanno che con i chiodi a espansione e con la costanza si viene a capo di tutto, anche della più repulsiva «direttissima».

Un tempo, la storia dell’alpinismo si scriveva sulle muraglie di roccia con la penna simbolica dell’ardimento; oggi, si scrive con i chiodi. Mutano i tempi, e con essi le concezioni e i valori. L’assicurazione strumentale ha preso il posto della sicurezza interiore, la bravura di una cordata si valuta in base al numero dei bivacchi, mentre il coraggio di chi arrampica ancora in «libera» viene squalificato come manifestazione di incoscienza.

Chi ha intorbidato la pura fonte dell’alpinismo?

Forse, i primi volevano soltanto avvicinarsi ancora di più al limite del possibile: oggi, invece, ogni limite è svanito, cancellato. In principio non sembrava una cosa grave, ma sono bastati dieci anni per eliminare dal vocabolario alpinistico la parola «impossibile».

Progresso? Oggi, a dieci anni dagli inizi, molti non fanno più nemmeno caso a dove piantano i chiodi a espansione, se su vie nuove o su quelle classiche. Si fora sempre di più e si arrampica sempre di meno.

L’impossibile è sgominato, il drago è morto avvelenato e l’eroe Sigfrido è disoccupato. Ognuno si lavora la parete piegandola con il ferro alle proprie possibilità.

Taluni l’avevano previsto da tempo, ma continuarono tuttavia a forare, sulle direttissime e altrove, finché perdettero il gusto dell’arrampicare: perché osare, perché rischiare, quando si può procedere in perfetta sicurezza? Divennero allora i profeti della direttissima: «Non perdete tempo sulle vie classiche, imparate a forare, imparate a servirvi di staffe e cordini. Fatevi furbi, raggirate la montagna con qualunque mezzo se volete avere successo. L’era delle direttissime è appena iniziata, ogni cima attende la sua via del filo a piombo: non c’è fretta, tanto la montagna non può fuggire né difendersi».

«Hai già fatto la direttissima? E la superdirettissima? No?». Questo è il criterio con cui si misura oggi il valore alpinistico. E allora il giovane va, si arrabatta lungo la scala di chiodi e poi chiede al prossimo venuto: «Hai già fatto la direttissima?».

Chi non sta al gioco viene deriso se osa pronunciarsi contro l’opinione corrente. La generazione del filo a piombo si è ormai affermata, e senza tanti riguardi ha ucciso l’impossibile. Chi non vi si oppone si rende complice dell’assassinio, e quando poi gli alpinisti apriranno gli occhi e si accorgeranno di quel che è venuto loro a mancare, sarà troppo tardi: l’impossibile, e con esso l’ardimento, sarà sepolto, marcito e dimenticato per sempre.

Non tutto è ancora perduto, ma «essi» torneranno all’assalto; e se non saranno i medesimi, saranno altri come loro. Faranno un gran chiasso già molto tempo prima di attaccare, e ogni ammonimento sarà di nuovo inutile. Avranno l’ambizione, avranno una lunga vacanza, ed ecco che qualche nuovo «ultimo problema» sarà di nuovo risolto… Lasceranno al rifugio, come storico documento, altre fotografie con una fila di puntini in linea retta, dalla base alla cima; e in parete, qualche centinaio di chiodi. Stampa e radio ci informeranno ancora che l’impossibile è stato superato…

Se qualcuno è già indotto a pensare a una possibile regolamentazione, vuol dire che la situazione è seria; ma noi giovani non vogliamo alcun codice alpinistico: «Noi vogliamo trovare lassù i giorni ardui, nei quali non si conosca al mattino la ricompensa della sera». Fino a quando ci sarà ancora data questa possibilità?

Io mi preoccupo per il drago ucciso: dobbiamo fare qualcosa prima che l’impossibile venga del tutto sotterrato. Noi ci siamo cacciati a furia di chiodi sulle pareti più selvagge: la prossima generazione dovrà sapersi liberare da tutta questa zavorra. Noi abbiamo imparato a salire lungo la via del filo a piombo, quelli che verranno dopo dovranno tendere nuovamente alle cime per altre vie. La cambiale sta per scadere, dobbiamo ritrovare il limite del possibile: dovrà pur esserci questo limite, se vorremo avvicinarci a esso con la virtù dell’ardimento! E mai più dovremo abbatterlo, neanche se ci sarà impossibile raggiungerlo! Dove ci potremmo rifugiare, altrimenti, per sfuggire all’oppressione del grigiore quotidiano? Sull’Himalaya? Sulle Ande? Sì, anche là se ci sarà possibile: ma per la maggioranza non ci saranno che le vecchie Alpi.

Salviamo dunque il drago; e, in avvenire, proseguiamo sulla via indicataci dagli uomini del passato: io sono convinto che sia ancora quella giusta!

Calza gli scarponi e parti. Se hai un compagno, porta con te la corda e un paio di chiodi per i punti di sosta, ma nulla di più. Io sono già in cammino, preparato a tutto: anche a tornare indietro, nel caso che io m’incontri con l’impossibile. Non ucciderò il drago; ma se qualcuno vorrà venire con me, proseguiremo assieme verso la vetta, sulle vie che ci sarà dato di percorrere senza macchiarci d’assassinio.
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Re: Reinhold Messner - L’assassinio dell’impossibile

Messaggioda #giacco# » mar mag 15, 2018 10:30 am

grazie Abel
lo scritto che hai riportato qui sopra è interessante, dove l’hai scovato?

avevo notato anch’io questo Meissner, credo valga la pena seguirlo.
poi magari sarà la solita meteora che fa un paio di exploit e sparisce, ma stiamo a vedere...
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Re: Reinhold Messner - L’assassinio dell’impossibile

Messaggioda Abel Wakaam » mar mag 15, 2018 10:40 am

#giacco# ha scritto:grazie Abel
lo scritto che hai riportato qui sopra è interessante, dove l’hai scovato?


E' un articolo che ha scritto 50 anni fa, ma che resta sempre attuale.
Sì, credo che ti convenga seguirlo anche se da tanti anni non fa più Alpinismo attivo... forse si sarà stancato dopo aver salito circa 3.500 montagne, tra cui tutti gli ottomila del pianeta :)

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Lo puoi anche andare a trovare nel Castello di Juval dove ha raccolto molti reperti delle sue imprese. In questa foto è nel suo studio biblioteca.
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Re: Reinhold Messner - L’assassinio dell’impossibile

Messaggioda Abel Wakaam » mar mag 15, 2018 11:01 am

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Re: Reinhold Messner - L’assassinio dell’impossibile

Messaggioda El Rojo » mar mag 15, 2018 12:49 pm

Per mille tizzoni d'inferno.
Gira voce che questo tizio gradava assai stretto, dove dava VI pare sia VIII.
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Re: Reinhold Messner - L’assassinio dell’impossibile

Messaggioda il Duca » mar mag 15, 2018 12:58 pm

Ma quindi, alla fine, spit si o spit no?
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Re: Reinhold Messner - L’assassinio dell’impossibile

Messaggioda Keith » mar mag 15, 2018 13:06 pm

Pazzesco!
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Re: Reinhold Messner - L’assassinio dell’impossibile

Messaggioda Abel Wakaam » mar mag 15, 2018 13:20 pm

il Duca ha scritto:Ma quindi, alla fine, spit si o spit no?


La risposta è qui: https://www.youtube.com/watch?v=wgXcR3lS0JY
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Re: Reinhold Messner - L’assassinio dell’impossibile

Messaggioda Abel Wakaam » mar mag 15, 2018 13:24 pm

Messner, balzò alla ribalta nel panorama alpinistico internazionale durante gli anni Sessanta quando, se nelle Alpi Occidentali i grossi nomi si confrontavano soprattutto a suon di invernali, nelle Dolomiti l'utilizzo del chiodo come mezzo di progressione aveva raggiunto l'aberrazione. Sui “monti pallidi” era il periodo delle “superdirettissime” a goccia d'acqua, delle vie che, un chiodo dopo l'altro, forzavano nel loro cuore le più impressionanti muraglie. Il punteruolo era ormai un attrezzo chiave nella dotazione degli alpinisti e in alcune salite, oltre all'incredibile numero di chiodi piantati, colpiva proprio il fatto che la maggior parte di essi fosse a pressione. Per rendersi conto di ciò in cui consistette l'“artificialismo totale”, chiave delle “superdirettissime”, basta considerare gli itinerari tracciati sulla celebre Parete Rossa della Roda di Vael, nel gruppo del Catinaccio.
La gialla e strapiombante muraglia era stata vinta nel suo settore destro già nel 1908 dallo straordinario Angelo Dibona, che non utilizzò neppure un chiodo. Nel 1947, questa volta a sinistra, fu Otto Eisenstecken ad avere la meglio sulla parete, lasciando ancora all'arrampicata libera il ruolo principale. La via diretta, del 1958, fu opera di Lothar Brandler e Dietrich Hasse e, anche se i due compagni seguirono linee naturali, i chiodi piantati furono numerosi. Fu nel 1960 che entrò in gioco Cesare Maestri. Il “Ragno delle Dolomiti” attaccò in corrispondenza di un diedro poco a sinistra della verticale della vetta e proseguì diritto per traversare a sinistra soltanto nell'ultimo tratto: Maestri, per circa trecento metri di artificiale, sfruttò qualcosa come quattrocentocinquanta chiodi. Ma il limite non era ancora stato raggiunto: dopo la “direttissima” mancava ancora un dettaglio, quel non plus ultra che allora era l'obiettivo più ambito. Stiamo parlando della “superdirettissima” a goccia cadente che, chiamata in seguito via “Concilio ecumenico Vaticano II”, vide la luce nel 1962 grazie a Bepi De Francesch che conficcò nella roccia, oltre a quelli normali, ben 70 chiodi ad espansione.
Messner, inizialmente affascinato da simili salite, si ribellò ben presto a questa logica proclamando a gran voce, con gli scritti e con le azioni, che la vera evoluzione dell'arrampicata stava nel ritorno alla scalata in libera con il minor uso possibile di mezzi artificiali. “In alpinismo – leggiamo in Settimo grado – l'evoluzione risiede nel “come”. Io mi sforzo di affinare la mia tecnica di arrampicata, di esercitare l'occhio, di aumentare la mia resistenza. Voglio mettere alla prova i miei progressi, e questo posso farlo nel modo migliore con una prima ascensione, con l'apertura di itinerari nuovi e arditi. Una salita è tanto più ardita quanto minore è l'impiego di materiale in rapporto alle difficoltà complessive. Molti dei più grossi problemi delle Alpi sono stati risolti. Se noi impariamo a rinunciare, la scoperta delle Alpi non ha fine”. Toni ancora più decisi caratterizzano il memorabile L'assassinio dell'impossibile, sintesi efficace del pensiero del nostro protagonista che, ancora oggi, sarebbe opportuno rileggere e meditare con attenzione, anche alla luce delle successive imprese di Reinhold sui colossi himalayani.
Ultima modifica di Abel Wakaam il mar mag 15, 2018 13:46 pm, modificato 1 volta in totale.
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Re: Reinhold Messner - L’assassinio dell’impossibile

Messaggioda il Duca » mar mag 15, 2018 13:25 pm

Abel Wakaam ha scritto:
il Duca ha scritto:Ma quindi, alla fine, spit si o spit no?


La risposta è qui: https://www.youtube.com/watch?v=wgXcR3lS0JY


Potresti aprire un topic apposta, così capiamo cosa ne pensano i forumisti.
E' un tema interessante da sviscerare, secondo me.
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Re: Reinhold Messner - L’assassinio dell’impossibile

Messaggioda Abel Wakaam » mar mag 15, 2018 13:28 pm

Messner dà il primo esempio di questo suo stile il 31 luglio 1967 aprendo la Via degli amici sulla parete nord-ovest del Monte Civetta insieme ad Heini Holzer, Sepp Mayerl e Renato Reali. La via consta di 40 lunghezze di corda e durante l'apertura vengono utilizzati 42 chiodi e 2 cunei di legno (una quantità di materiale incredibilmente piccola per l'epoca). La salita inizialmente non desta molto scalpore in quanto viene inizialmente valutata di grado V+ (non vi era ancora stata l'apertura verso l'alto della scala UIAA)

Il 18 agosto dello stesso anno Messner apre col fratello Günther e con Holzer una via di 1400 m sul versante nord-est del Monte Agner, salita interamente in libera con l'eccezione di un tratto di 20 m superato in artificiale. La via venne valutata di V+

Un'impresa di grande rilievo viene compiuta il 7 luglio 1968 dai fratelli Messner sull'inviolato Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc. La salita di questo pilastro comporta infatti il superamento di quattro metri particolarmente difficili. Reinhold Messner va da capocordata e tenta più volte il passaggio, riuscendo infine a passarlo quando ormai era tentato di rinunciare. Il passaggio Messner non fu più ripetuto per oltre dieci anni (i salitori successivi aggirarono il passaggio), quando nel 1979 Heinz Mariacher lo superò valutandolo di grado VII+/VIII-. La salita di Messner era quindi la prima in cui il settimo grado, già toccato da Vinatzer, veniva superato.
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Re: Reinhold Messner - L’assassinio dell’impossibile

Messaggioda Abel Wakaam » mar mag 15, 2018 13:38 pm

il Duca ha scritto:
Abel Wakaam ha scritto:
il Duca ha scritto:Ma quindi, alla fine, spit si o spit no?


La risposta è qui: https://www.youtube.com/watch?v=wgXcR3lS0JY


Potresti aprire un topic apposta, così capiamo cosa ne pensano i forumisti.
E' un tema interessante da sviscerare, secondo me.


La montagna è questa, ma è una montagna di altri tempi fatta di uomini che arrampicavano con tre chiodi e una sola corda di canapa arrotolata in spalla. Altro che imbraco con anello o senza... o cordini in kevlar! Una discussione in tal senso non può avvenire perché sarebbe come parlare di Internet a Guglielmo Marconi. Qualche anno fa, salendo verso l'Indren, mi sono imbattuto nello Stolenberg e mi sono chiesto se qualcuno l'avesse mai scalato, così ho voluto provare a guardare il mondo dalla sua cima.

Questo è ciò che ho scritto:

Lo Stolenberg è un picco di 3.202 metri che sembra non interessare nessuno, eppure è l'inamovibile guardiano di roccia che ha prima accolto e poi accomiatato tutti gli escursionisti in viaggio verso i 4.554 metri della Capanna Regina Margherita.
Ma facciamo un passo indietro quando ancora si saliva a piedi il vecchio sentiero che da Alagna Valsesia conduce a Pianalunga e poi al Passo dei Salati, antico spartiacque tra il Piemonte e la Valle d'Aosta. Allora la montagna era dei "forti"... era dei "puri" e nessuno osava sfidare la sua forza, prostandosi di fronte all'immensa possanza con cui dominava queste valli.
Poi vennero le macchine e la tecnologia, i cavi d'acciaio e le funivie come quella che nel 1.965 collegò in tre tratte la valle del Sesia con Punta Indren a 3.260 metri. Ed allora l'uomo prese possesso della montagna, ne risalì gli impervi pendii e si spinse sempre più oltre, fino al confine impalpabile con le nuvole.
Ora quel cubo di cemento su Punta Indren è un monumento al passato perché la società che la gestiva non ha rinnovato la revisione quarantennale che scadeva nel 2005. Al suo posto c'è la modernissima Funifor da 100 posti che porta sulla soglia dei 3.000 mt, quasi un migliaio di persone in un'ora e poi, per i più temerari, è stata aggiunta una tratta che sale alle Roccette a 3.275 mt.
Ma lo Stolenberg è ancora lì.
Il sentiero parte da sopra il tetto di una costruzione di servizio, posta di fronte alla gabinovia che scende a Gressoney. Se non sai che è lì non lo troverai mai! Un piccolo segnale bianco e rosso, abbandonato tra i sassi e poi una semplice freccia gialla che punta verso l'alto.
Le pietre sono mal messe, ricoperte dalla polvere, eppure da qui sono passati migliaia e migliaia di scarporni diretti a pestare la neve del Colle del Lys.
Pochi passi e la sua cima rocciosa subito si mostra... così, senza patos, senza attesa. E' lì davanti e mi copre la visione celestiale del "Rosa", avvolto tra le nuvole... o almeno ci prova perché alle sue spalle si erge il più grande massiccio d'Europa.
Per raggiungerlo bisogna attraversare una pietraia cosparsa di decine e decine di "omini di pietra", posti a ricordo del passaggio di coloro che, a volte frettolosamente, hanno alzato lo sguardo per vedere oltre... perché lo Stolenberg, come ho già detto, non interessa a nessuno.
Il percorso continua con delle corde fisse per dare tranquillità a chi teme di affacciarsi nel vuoto, ma in fondo chi passa da qui è pronto a ben altri rischi, ed afferrare il canapo fa quasi vergogna.
Ora la roccia è roccia e la montagna è montagna... ad ogni passo si sente la forza che si nasconde in ogni sasso... si percepisce quanto siamo deboli di fronte all'immensità della natura.
Si viene qui per conquistare e ci si ritrova conquistati! La montagna non è un gioco e neppure una sfida... la montagna è un abbraccio ad occhi chiusi... la montagna è una comunione d'intenti... la montagna è istinto e forza allo stato puro.
Il contrasto dei colori si fa brusco all'improvviso... ogni dettaglio prende forma sulla tavolozza di un pittore senza eguali. L'emozione è una sferzata di calore e la si sente in gola, poi riempie il cuore e l'anima e negli ultimi passi mi accompagna tenendomi per mano.
Quando pensi di averla presa, la montagna ti sfugge tra le dita, si nasconde tra le nuvole e all'improvviso sparisce.
E tu sei così in alto che tutto appare così piccolo e lontano... sei così in alto da crederti un dio e invece rimani un nano.

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Re: Reinhold Messner - L’assassinio dell’impossibile

Messaggioda Scannagatti » mar mag 15, 2018 13:49 pm

Abel Wakaam ha scritto:Ora la roccia è roccia e la montagna è montagna... ad ogni passo si sente la forza che si nasconde in ogni sasso... si percepisce quanto siamo deboli di fronte all'immensità della natura.
Si viene qui per conquistare e ci si ritrova conquistati! La montagna non è un gioco e neppure una sfida... la montagna è un abbraccio ad occhi chiusi... la montagna è una comunione d'intenti... la montagna è istinto e forza allo stato puro.
Il contrasto dei colori si fa brusco all'improvviso... ogni dettaglio prende forma sulla tavolozza di un pittore senza eguali. L'emozione è una sferzata di calore e la si sente in gola, poi riempie il cuore e l'anima e negli ultimi passi mi accompagna tenendomi per mano.
Quando pensi di averla presa, la montagna ti sfugge tra le dita, si nasconde tra le nuvole e all'improvviso sparisce.
E tu sei così in alto che tutto appare così piccolo e lontano... sei così in alto da crederti un dio e invece rimani un nano.


Pensieri stupendi.
Grazie per averli condivisi.
Ciodo, martelo e segon: i miracoli del marangon.
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Re: Reinhold Messner - L’assassinio dell’impossibile

Messaggioda #giacco# » mar mag 15, 2018 13:51 pm

ma quindi la prima salita dello stolenberg l’ha fatta Messner?
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Re: Reinhold Messner - L’assassinio dell’impossibile

Messaggioda Abel Wakaam » mar mag 15, 2018 13:55 pm

#giacco# ha scritto:ma quindi la prima salita dello stolenberg l’ha fatta Messner?


Lo Stolenberg non è mai interessato a nessuno :( figurati Messner!!!
Ha incuriosito me proprio per questo.
Chissà , magari sono stato io il primo a rompermi le dita sulle sue pietre stratificate :D
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Re: Reinhold Messner - L’assassinio dell’impossibile

Messaggioda Abel Wakaam » mar mag 15, 2018 14:03 pm

Per tornare al discorso iniziale, avete mai visto Messner piantare la bandiera di una qualsiasi nazione sulla cima di una montagna?
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Re: Reinhold Messner - L’assassinio dell’impossibile

Messaggioda Abel Wakaam » mar mag 15, 2018 14:20 pm

Se volete conoscere meglio l'uomo oltre che l'alpinista, vi consiglio di andare a far visita a Castel Juval

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Re: Reinhold Messner - L’assassinio dell’impossibile

Messaggioda #giacco# » mar mag 15, 2018 14:27 pm

Abel Wakaam ha scritto:
#giacco# ha scritto:ma quindi la prima salita dello stolenberg l’ha fatta Messner?


Lo Stolenberg non è mai interessato a nessuno :( figurati Messner!!!
Ha incuriosito me proprio per questo.
Chissà , magari sono stato io il primo a rompermi le dita sulle sue pietre stratificate :D


ah! mi ero fatto fuorviare dal titolo del topic.
l’hai salito senza ossigeno supplementare?
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Re: Reinhold Messner - L’assassinio dell’impossibile

Messaggioda Achille_piè_veloce » mar mag 15, 2018 14:35 pm

giacco sai se per castel juval servono le chiavi o si scavalca direttamente?
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Re: Reinhold Messner - L’assassinio dell’impossibile

Messaggioda Abel Wakaam » mar mag 15, 2018 14:38 pm

#giacco# ha scritto:ah! mi ero fatto fuorviare dal titolo del topic.
l’hai salito senza ossigeno supplementare?


Approfitto di questa tua attenta considerazione :D per spiegare che è' comunemente creduto che l’aria in quota contenga minor ossigeno, ma questo non è corretto. L’aria, a qualsiasi altezza, contiene 20,93% di ossigeno, 0,03% di anidride carbonica e 79.04% di azoto. Invece, come la quota aumenta, l'ossigeno ha una pressione parziale progressivamente minore ma non cambia la proporzione.

Ad una quota di 3000 metri (lo Stolenberg è di poco più alto) la pressione parziale d'ossigeno scende a 110 mmHg; intorno a 5000-6000 metri si riduce a 80 mmHg e sulla vetta più alta del mondo (Everest – m 8850) è un terzo rispetto a quella del mare con un valore di circa 50 mmHg.

Per capire meglio il concetto di pressione puoi prendere come esempio quella dell'acqua che bolle a 100° gradi a livello del mare, ma perde un grado ogni cento metri di altitudine. Quindi a 3.000 metri bolle a 70°. Più si va in alto e prima bolle ma, nel contempo, se ci cuoci la pasta serve molto più tempo.

Tutto chiaro vero? :D :)
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